L’Italia del decollo: la nascita della società automobilistica FIAT

l’italia del decollo: la nascita della società automobilistica fiat

Particolare dell'insegna FIAT progettata nel 1906 in corso Dante, Torino

La FIAT (in principio FIA) venne fondata al tramonto dell’ottocento, un secolo segnato da lenti mutamenti politici, economici e culturali, e all’alba di un nuovo secolo, il novecento, caratterizzato invece da drastiche evoluzioni in grado di cambiare per intero il volto del mondo. Mentre lo sviluppo capitalistico tracciava la sua traiettoria, tra accelerazioni e decelerazioni, l’azienda piemontese riuscì a diventare un pilastro dell'industria automobilistica italiana, tra grandi intuizioni e dirompenti cambiamenti sociali.

Una fabbrica per Torino

Nel luglio 1899 venne fondata a Torino, presso palazzo Bricherasio, la Società anonima Fabbrica Italiana di Automobili (FIA), «sotto gli auspicii di egregie personalità del ceto aristocratico, industriale e finanziario della nostra città», come riportava la cronaca del principale quotidiano locale, La Stampa. Le «personalità» lì riunite avevano discusso a lungo prima di avviare una promettente impresa, incontrandosi spesso tra corso Vittorio Emanuele e via Urbano Rattazzi, al Caffè Burello. Tra queste, il ruolo di presidente della società venne affidato a Ludovico Scarfiotti, avvocato e imprenditore, mentre quello di vicepresidente a Emanuele Cacherano di Bricherasio, già tra i fondatori dell’Automobile Club d'Italia (ACI). In qualità di segretario del consiglio fu nominato Giovanni Agnelli, imprenditore proveniente da una facoltosa famiglia e ufficiale di cavalleria nel reggimento Nizza Cavalleria dell’esercito, appassionato d’innovazione tecnologica e ingegneria meccanica. I consiglieri, invece, furono: Michele Ceriana, Alfonso Ferrero di Ventimiglia, Carlo Racca, Roberto Biscaretti di Ruffia, Cesare Goria Gatti e Luigi Damevino.

La Stampa, con toni celebrativi, scrisse in presa diretta: «Già i promotori si sono assicurati un’abile direzione, e si sta attendendo all’impianto di un grandioso stabilimento nella nostra città. Parecchie ordinazioni sono già pervenute alla Società, e l’industria sembra destinata a un grande sviluppo e a un fiorente avvenire». L’insieme dei soci, che avevano trovato un accordo soddisfacente e le risorse necessarie per partire, versarono un capitale di 800mila lire in quattromila azioni. L’atto firmato quel giorno, redatto dal notaio Ernesto Torretta, determinò la nascita del primo nucleo di un’azienda in grado d’intrecciare la propria storia con quella dell’Italia contemporanea.

La via della crescita

Una delle prime azioni della FIA, il 25 luglio 1899, fu quella di acquisire – per 30mila lire – l’officina Ceirano GB & C, o Accomandita Ceirano & C, con tanto di brevetti registrati, impianti di produzione e forza lavoro, anche qualificata. La Ceirano, infatti, nella quale alcuni soci della nuova società torinese avevano investito, si era sviluppata sotto l’impulso fondamentale di Giovanni Battista Ceirano. In un tempo di grande attrazione per l’innovazione e la tecnologia, e ancora di più per le prime automobili, a stupire Torino – e anzi l’Italia intera – erano state l’ideazione, lo sviluppo e la messa in commercio delle cosiddette vetturette Welleyes, piccoli veicoli a due posti facili da guidare, caratterizzati da un design compatto e dotati di un motore monocilindrico. Acquisendo e inglobando l’officina Ceirano GB & C, la FIA portò a termine un’operazione strategica che la proiettò nel futuro, piazzandosi in un mercato ancora largamente inesplorato, ma anche potenzialmente vivacissimo. Giovanni Battista Ceirano, pur non entrando nel consiglio di amministrazione, rimase per qualche anno nella FIA e, più tardi, continuò a influenzare l'industria automobilistica italiana con altre iniziative. Nel frattempo, alla ricerca di solide prospettive sul medio-lungo periodo, la FIA assunse un nuovo nome: FIAT (Fabbrica Italiana Automobili Torino).

Il primo stabilimento venne inaugurato nel 1900 in corso Dante, con trentacinque operai che, grazie alle loro abilità, produssero ventiquattro automobili modello 3½ HP: un tipo di macchina volutamente non complessa e dall'estetica gradevole, con un motore bicilindrico in grado di raggiungere la velocità massima di trentacinque chilometri all’ora. Il successo in termini di vendite consolidò presto la reputazione della FIAT come produttore di veicoli di alta qualità.

Un momento di grande interesse attorno alla nuova società venne, poi, nell’ambito del Giro automobilistico d'Italia, organizzato per la prima volta nel 1901 su un tragitto che, partendo da Torino, passava per Genova, toccava Roma, Rimini, Bologna, Padova, Vicenza e Verona per poi finire a Milano. Le vetture in gara, in un clima elettrizzante, specialmente per le classi sociali più abbienti, ottennero grande visibilità e le automobili FIAT – una delle quali era guidata proprio da Giovanni Agnelli – si fecero particolarmente notare. La Domenica del Corriere, arricchendo la cronaca con pregevoli illustrazioni, scrisse: «Dovunque autorità e popolazioni accolsero i giganti a suon di musiche, assediandoli d’inviti e coprendoli di fiori, certo molte macchine, forse troppe, non resisteranno alla corsa totale dei 1642 chilometri, ma già si può affermare che l’esperimento è complessivamente riuscito».

Nuove automobili nell’Italia del decollo

Nel quadro aziendale Giovanni Agnelli assunse una posizione sempre più rilevante, venendo designato come amministratore delegato poco prima della quotazione in borsa della società, nel 1903. L’anno successivo venne creata la FIAT 4 HP, la prima a distinguersi per il nuovo marchio: una forma ovale su fondo blu disegnata da Carlo Biscaretti di Ruffia. Un simbolo d’identità e riconoscibilità per tutta l’azienda. Agnelli fu abile nel comprendere quali fattori avrebbero potuto favorire e accelerare la crescita della FIAT, insistendo specialmente su temi come l'aumento della produttività, la maggiore integrazione verticale e, non da ultimo, un'accurata diversificazione produttiva. Sotto la sua guida, la FIAT iniziò presto a produrre anche camion, autobus, nonché motori marini e aeronautici, e negli anni si trasformò in un pilastro dell'industria italiana.

L’espansione della FIAT, però, non avvenne soltanto grazie a doti imprenditoriali personali, ma s’inserì in un quadro più ampio. All’inizio del XX secolo, infatti, l’Italia attraversò un periodo di forti rivolgimenti sociali, anche per via dell’emersione del conflitto sociale e della comparsa di organizzazioni e partiti che rappresentavano gli operai. La classe politica, in quelle circostanze, seppe abbandonare vecchie e controverse posture conservatrici, fornendo una direzione allo sviluppo complessivo del Paese.

Sotto la guida di Giovanni Giolitti, più volte presidente del consiglio, una serie d’iniziative, riforme e atti legislativi portò un vento di rinnovamento, anche sotto il profilo delle relazioni industriali e dei rapporti di lavoro. In questo contesto l’economia italiana ricevette una forte propulsione grazie a una combinazione d’incentivi all’iniziativa privata, investimenti in infrastrutture critiche e maggiore apertura ai mercati internazionali. La FIAT riuscì ad adattarsi a questo contesto, e poi a influenzarlo. Alla fine degli anni dieci del novecento, contava ormai 2.500 dipendenti, una produzione di 1215 autovetture e un capitale sociale di dodici milioni di lire. L’azienda fu anche in grado di approdare negli Stati Uniti, aprendo uno stabilimento nello stato di New York. Al contempo s’intensificò, fino a regolarizzarsi, il flusso di esportazione verso altri Paesi europei, come la Francia e il Regno Unito.

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Dentro il flusso novecento

Con lo scoppio della Prima guerra mondiale e il coinvolgimento dell’Italia, la FIAT, come anche altre realtà industriali, fu chiamata a convertire parte della sua produzione a scopi bellici. La commistione tra economia privata ed economia pubblica, con una cospicua dilatazione della presenza dello stato, fu allora un fenomeno impattante, con conseguenze di lungo corso. Questo periodo segnò un cambiamento significativo per l'azienda, che iniziò a produrre anche veicoli militari, motori per aerei e altre attrezzature utili alla logistica. L’incremento massiccio della produzione, e la conseguente crescita dimensionale, spinsero ancora di più la FIAT al centro del sistema produttivo italiano, portando con sé anche nuove sfide legate alla gestione della manodopera e alla riconversione industriale. Non per caso, nel 1916 iniziò anche la costruzione del grande stabilimento del Lingotto, sempre situato nel capoluogo piemontese.

Per tutti i decenni successivi – passando dal ventennio fascista al disastro della Seconda guerra mondiale, fino alle frequenti tensioni sociali dei primi trent’anni della fase repubblicana – la FIAT, ruotando sempre di più attorno alla famiglia Agnelli, anche solo dal punto di vista della percezione collettiva, rimase una forza trainante dell'industria italiana, ma anche il centro delle sue contraddizioni e delle sue evoluzioni. Lo specchio di un Paese in continua trasformazione.

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