Maurizio de Giovanni: “I miei Bastardi sono persone normali, ma tutti portatori di lesioni”

maurizio de giovanni: “i miei bastardi sono persone normali, ma tutti portatori di lesioni”

Dalla finestra dello studio di Maurizio de Giovanni, al Vomero, Napoli si vede tutta, dal mare alla periferia, scavallando le gobbe del Vesuvio: «Questa città la capisci solo se la guardi dall’alto. Qui le relazioni umane sono così necessariamente costanti da generare storie e narratori. Dipende da urbanistica e clima: per dieci mesi l’anno qui si sta con le finestre aperte, in uno stesso palazzo hai tutte le classi sociali, non c’è mai silenzio, mai solitudine. Te li devi procurare». Lo scrittore torna in libreria con Pioggia, 12° capitolo dei Bastardi di Pizzofalcone, diventati anche fortunatissima serie della Rai con Alessandro Gassmann. Destino che per la verità accomuna quasi tutta la produzione narrativa di de Giovanni: oltre ai Bastardi, sono fiction Rai anche i romanzi su Mina Settembre (con Serena Rossi) e Il commissario Ricciardi (con Lino Guanciale). Su Netflix, a ottobre, arriverà invece quella tratta dalla saga di Sara (con Teresa Saponangelo e Chiara Gerini). Al centro sempre Napoli. «Che però, come Maradona, non viene mai nominata in nessuno dei miei 39 romanzi», dice de Giovanni rivendicando un vezzo che si comprende solo leggendo Il resto della settimana, il libro che nel 2015 ha dedicato al rapporto tra i napoletani e il Napoli: «Un tifo che così esiste solo qui». Quanto ai Bastardi, stavolta indagano sull’omicidio di un vecchio avvocato pieno di nemici, a cominciare dal figlio.

Trama a parte, il suo romanzo è un catalogo di rapporti disastrati tra genitori e figli. Perché? «Non c’è mai stata una distanza generazionale così profonda come quella tra i 40-45enni di oggi e i ragazzi. I giovani sono incomprensibili e in questa loro inconoscibilità fanno una paura cui la nostra generazione reagisce coltivando il senso di colpa. Ma questo ci allontana ancora di più da loro, perché ci impedisce di essere quello che dovremmo: un punto di riferimento. Noi non abbiamo le password per capire questa generazione. La tecnologia ha cambiato i codici comportamentali in modo così radicale che due generazioni pure contigue parlano lingue non confinanti tra loro. Questo genera lesioni e le lesioni sono pozzi narrativi».

È da lì che attinge per i suoi romanzi? «Se li guardi da fuori, i miei Bastardi sono persone normali. Ma sono tutti portatori di lesioni: Ottavia è la mamma perfetta, ma vive come un ergastolo l’idea che suo figlio autistico le sopravviverà; Lojacono si fa destabilizzare da un momento difficile di una figlia modello; Palma vive la solitudine di chi ama una donna sposata; Alex il disagio del giudizio della sua famiglia sulla sua omosessualità. Tutti lesionati, per questo sono belli da raccontare. I Bastardi sono come lo specchio del bagno, l’unico posto in cui troviamo qualcuno che sa tutto di noi, il giudice supremo».

Nel romanzo piove senza sosta. Perché? «Perché la pioggia ti mette di fronte a te stesso, non ti dà chances, la devi assecondare finché non ti rassegni. Quando c’è il sole, se stai male esci, vai a prendere una boccata d’aria, a camminare. Io invece volevo costringere i personaggi a stare al chiuso, in un posto dove non vogliono stare».

Scrive: «La pioggia è un sentimento nero». Qual è il sentimento nero del tempo che viviamo? «La presunzione. Ognuno crede così tanto di essere nel giusto da non accettare nessun confronto vero: si dialoga solo perché si pretende il riconoscimento dei propri argomenti, non per confrontarsi».

Napoli, città d’o sole, piena di pioggia; i Bastardi che non riescono a scrollarsi di dosso la nomea dei falliti. Questo è, come sembra, anche un romanzo sui pregiudizi? «Sì, perché questa è l’epoca del pregiudizio. Sono cresciuto in un tempo in cui l’odio era qualcosa di cui vergognarsi, da tenere per sé. Oggi è una forma di espressione, anzi: se vuoi essere ascoltato devi dire che odi qualcuno. Abbiamo cancellato le sfumature, e i social hanno peggiorato le cose perché costringono a esprimere tutto in tre righe. Una degenerazione che dentro di me associo al periodo del Jobs act».

Non ho capito. «Col Jobs act si è concluso il ribaltamento iniziato con la discesa in campo di Berlusconi, il rimescolamento tra destra e sinistra su tutto, dal garantismo alla politica internazionale. Il Jobs act è un atto profondamente di destra fatto da un uomo tecnicamente di sinistra (Matteo Renzi, ndr), una legge che determina precarietà, la vittoria del padrone sull’operaio, fatta dall’allora segretario del Pd. Un modo per consegnarsi alle destre. Parallelamente a questo processo, c’è stato lo sdoganamento progressivo del pregiudizio e dell’odio».

Nel romanzo, Palma e Ottavia si chiedono quanto la narrazione sulla rinascita di Napoli sia fondata. Secondo lei lo è? «Ricordo l’epoca in cui dalle otto di sera nei Quartieri spagnoli non ci potevi passare neanche in macchina. Oggi a mezzanotte c’è ancora gente che mangia per strada. Prima Napoli era un passaggio per la Costiera, Ischia, la Reggia di Caserta, Pompei. Oggi la gente fa base qua per vedere il resto. Criticare questo è veramente folle. Ho sentito gente che, per lamentarsi, diceva: “Stiamo diventando come Barcellona”. Ma ditemi dove devo firmare… Prima i “bassi” si usavano per spacciare, ora sono bed & breakfast; scippare il turista non conviene, meglio lasciarlo spendere.

Non so dire se durerà, ma è positivo, nonostante l’aumento dei prezzi in centro e la migrazione dei napoletani verso le periferie. Ma questo succede in tutti i centri storici, da Venezia a Firenze».

A quale dei Bastardi vorrebbe somigliare? «Pisanelli ha un amore per la città e una simbiosi col proprio quartiere che qualche volta sento anche io, passeggiando».

Il Vomero è sempre stato il suo quartiere? «Il Vomero ha una storia recente, è ricco e, siccome ha da perdere, è difensivo. Quando va in centro, il vomerese dice: “Vado giù a Napoli”. Io invece sono del centro storico: lì siamo curiosi, accoglienti, lì si conoscono tutti. E se arriva qualcuno siamo contenti, aperti, abbiamo il porto».

Sta pensando a una guida antropologica alle identità di quartiere? «Prima o poi. Ma finirei a scrivere di calcio, che unifica tutto come in nessun altro posto. Questa è una grande città che ha una squadra sola: non abbiamo derby, litighiamo all’interno della stessa tifoseria. Il tifo condiziona tutto, anche in casa: ho un amico che quando gioca il Napoli chiude la mamma di 90 anni fuori dal balcone perché quella povera donna era là una volta che Hamsik ha segnato una doppietta. “Mammà, agg pacienz’…”. E lei si barda ed esce in balcone».

La sensazione è che ci sia un culto pagano attorno alla figura di Maradona. Cosa racconta, questo, della città? «Il murale di Maradona ai Quartieri spagnoli è una cattedrale pagana dove vanno tutti: viene Mourinho a Napoli? Ci va. Siamo nel campo del religioso. Sarebbe un discorso lungo ma si può riassumere in una parola: il miracolo. Questa città lo aspetta sempre e da sempre. Lo chiede a San Gennaro e lo insulta se lui non lo esaudisce. Anche chi non crede in niente, qui aspetta il miracolo».

Marianna Aprile

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